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L'ISOLA IN CUCINA di Roberto Loddi de Santu ‘Engiu Murriabi – Rìcette Gennaio 2024

 Su sirboni de s’omini ’e facci de is gairesus

 La Sardegna è un’Isola ricca di tradizioni e di cultura, la cui civiltà risale a tempi remoti, così come i primi abitanti. Col passare dei secoli parecchie culture di diversa etnia hanno calpestato il suolo dell’Isola.

Nel 1800 a.C. inizia l’era nuragica, l’edificazione dei nuraghi e compaiono i primi pastori.

Nel 1000 a.C. si insediano i Fenici, nel 238 a.C. viene dominata dai Cartaginesi, che nel 241 a.C. vengono battuti dai romani per la supremazia sul Mediterraneo.

Nel 456 la Sardegna venne conquistata dai Vandali che vi rimasero per circa ottanta anni, infatti nel 534 la Sardegna entra a far parte dell’Impero Bizantino.

Nel 1063 l’Isola viene frazionata in quattro Giudicati, che dopo il 1250 si alternano tra la morsa dei pisani e quella dei genovesi.

Nel 1297 papa Bonifacio VIII crea i, Regnum Sardiniae et Corsicae, e lo infeuda a Giacomo II di Aragona, re di Corsica e Sardegna, in cambio della sua rinuncia al trono di Sicilia.

Nel 1479, l’Isola viene conquistata dagli spagnoli e dopo un lungo periodo di dominio, viene aggiudicata all’Austria.

Nel 1718 l’Austria la cede ai Savoia e nel 1861 la Sardegna entra a far parte del Regno d’Italia.

Nel 1948, la Sardegna viene denominata Regione a Statuto Speciale.

La Sardegna, come già detto, è un’Isola da sempre legata alle tradizioni, alla cultura, ai costumi e alle usanze. Il popolo sardo si basa soprattutto sulla pastorizia, sull’agricoltura, sull’ortofrutta e sul mercato ittico, che è fonte di sostentamento per migliaia di famiglie, mentre il settore industriale rimane circoscritto alle aree periferiche del cagliaritano e dei capoluoghi di provincia. Anche il settore enogastronomico è importante, perché contribuisce a creare posti di lavoro grazie al turismo che è un volano per la conoscenza e l’apprezzato della cucina isolana, conosciuta da sempre per i piatti semplici e ricchi di storia, sapori e profumi.

 

Ogni paese ha la sua cucina con le sue specialità: ricette dolci, di terra, di mare e anche di selvaggina, quest’ultima fornisce una lista di piatti veramente “goduriosi”, attraverso marinature e lente cotture nel vino, con erbe aromatiche e spezie, fino a rendere le carni morbidissime e saporite. Preparazioni che contribuiscono ad arricchire e valorizzare il patrimonio gastronomico isolano.

La diffusione di queste prelibatezze avviene anche attraverso le promozioni locali e le sagre paesane, che con il loro operato rendono possibile la degustazione di una infinità di piatti.

Una sagra in particolare, dedicata al cinghiale, sirboni, avviene a Gairo Sant’Elena, Gàiru, in sardo, il paese dei “piedi fragili”, nella regione dell’Ogliastra, dove si trova Gairo Vecchio, nel cui sito è permesso ai visitatori, istranzos, accedere ai resti solo tramite uno speciale lasciapassare, che però a causa delle condizioni instabili non è possibile visitare l’interno dei ruderi per la pericolosità.

Il nome del paese proviene dal greco, ge e roa, che significa “terra che scorre” e, probabilmente per questo motivo, nell’antichità il paese venne edificato ugualmente, pur sapendo che l’area era considerata a rischio. Gli abitanti del luogo scapparono tra il 1951 e il 1963 a causa di una serie di inondazioni che scoraggiarono gli abitanti del borgo.

Il villaggio agreste di Gairo risale al 1200, lo testimonia il fatto che sia stato abitato fin dal neolitico (come d'altronde tante altre zone nell’Isola, numerosi sono resti del neolitico antico).

Dopo aver subito le calamità ambientali avvenute per centinaia di anni: frane, smottamenti e nubifragi, il paese nel 1951 fu colpito da una grave alluvione che costrinse gran parte degli abitanti, dopo cinque giorni e cinque notti di piogge torrenziali a scappare assieme ai propri animali. Alcuni resistettero sino al 1963, anno in cui gli abitanti si resero conto che le loro dimore oramai pericolanti non erano più sicure, perciò decisero di sfollare. Da allora Gairo è diventata una città fantasma e per via di una moltitudine di vicissitudini e peripezie, gli abitanti non riuscirono mai a ricomporre la diaspora, nacquero così tre insoliti centri abitati: Gairo Sant’Elena, Gairo taquisara e Gairo Cardedu.

Gairo è un paesino agropastorale di 1370 abitanti circa in provincia di Nuoro, dove ogni anno i gairesi, gairesus, celebrano la festa di Sant’Antonio con la sagra del cinghiale.

La leggenda vuole che, durante la manifestazione, di fronte al falò, fogadoni, l'uomo che ci “metteva la faccia”, s'omini 'e facci, davanti ai presenti si candidava ad organizzare il successivo Carnevale di Gairo, su Maimulu, in modo adeguato.

Ingredientis:

kg 1,6 di carne di cinghiale, una grossa cipolla rossa di Sardegna, 4 spicchi di aglio, il cuore di un sedano, 2 carote, 4 pomodori secchi ben dissalati, g 200 di guanciale sardo, grandua, un mazzetto di prezzemolo, per la marinata: un litro di ottimo vino tipo cannonau, un mazzetto misto composto da salvia, timo selvatico, nebidedda, e  2 foglie di lauro, avvolti in una garza sterile, 5 bacche di ginepro, 10 grani di pepe, 3 chiodi di garofano e un pezzetto di cannella, g 100 di conserva casalinga, olio extravergine d’oliva, sale q.b.

Approntadura:

La sera prima, metti la carne tagliata a pezzi regolari e sgrassata dentro a un capace recipiente di ferro smaltato a marinare, assieme al vino, tutti gli odori e le spezie. L’indomani mattino, batti a coltello il guanciale con il prezzemolo, fino a ottenere una poltiglia. Fatto, versa il ricavato dentro a un capace recipiente di terracotta, tianu mannu, olla, patteda, poi scola la carne, le verdure della marinata, queste ultime tritale finemente meno l’aglio e tienile da parte. Terminata questa operazione, filtra il vino dentro a un recipiente d’acciaio (tieni da parte le bacche di ginepro e i grani di pepe), portalo a bollore e dopo cinque minuti allontanalo dal fuoco, quindi fai rosolare il guanciale con il prezzemolo e un giro di olio, dopo qualche minuto aggiungi l’aglio e le verdure della marinata tritate tenute da parte, dopodiché bagna il soffritto con un mestolo di vino. Evaporato, unisci lo spezzatino di cinghiale, le bacche di ginepro e i grani di pepe pestati, la conserva e fai rosolare il tutto per cinque minuti a fiamma allegra, mescolando di continuo per evitare che la carne si attacchi sul fondo. Terminato il tempo, versa il vino bollente, mescola bene e continua a cuocere la preparazione dolcemente a recipiente coperto. Dopo tre ore regola il sapore di sale, impreziosiscilo con una generosa macinata di pepe e porta a termine la cottura. Servi la carne con parte della sua salsa vellutata assieme a fette di pane raffermo tipo, moddizzosu, abbrustolite. Vino consigliato: Cannonau di Sardegna rosso riserva, dal sapore sapido, tipico e asciutto.

 

 

***

 

Sos uvusones o vuvusones de Onanì

 Dal 1800 a.C. al II secolo d.C. in Sardegna compare e si espande la civiltà nuragica, periodo in cui si diffondono i primi prodotti artigianali in bronzo, tra gli altri, i primi rudimentali coltelli che si trasformano nelle prime armi bianche e le statuine rappresentanti antichi guerrieri. Questo fu il risultato dello sviluppo di antecedenti saperi estesi sull’Isola sin dall’era neolitica, le testimonianze pervenuteci sono rappresentate dalle, domus de janas, menhir, e, dolmen.

a Sardegna nel suo percorso millenario ha avuto costantemente attività commerciali e culturali alla pari delle maggiori culture della storia.

La civiltà antica degli isolani ha lasciato testimonianza nell’edificazione di numerosissimi nuraghi, le misteriose sculture in arenaria di Mont'e Prama, i, templum, templi dell’acqua sacra e i dolmen, sparsi un po’ ovunque sul territorio sardo.

Tutti i paesi della Sardegna hanno in comune un’omogenea storia delle loro origini, chi con più testimonianze, chi meno, tutte con riferimento alla posizione geografica e Onanì ne è l’esempio.

Infatti Onanì, Onanie, in sardo, in provincia di Nuoro, piacevole borgo di circa 400 anime è uno dei tanti.

In questo luogo la presenza dell’uomo compare già in periodo prenuragico e nuragico, lo confermano i resti di numerosi nuraghi, le diverse tombe dei giganti e le, domus de janas, rinvenuti nel territorio.

Il paese durante il Medioevo, fu di proprietà della giurisdizione della Gallura e membro della Barbagia di Bitti.

Nel 1288, data approssimativa della cessazione dello statuto, passò temporaneamente nella giurisdizione di Arborea e subito dopo al marchesato di Oristano fino al 1478, momento in cui Onanì venne assorbito dagli aragonesi e nel 1431 questi ultimi ne fecero una proprietà che nel 1617 fu assorbita nel marchesato di Orani, regno dei De Silva e dopo dei Fedriguez Fernandez e nel 1839, con l’abolizione dell’assetto feudale voluta dai Savoia, venne liberato.

Oggi Onanì è una borgata nel cuore della Sardegna rurale, all’interno della regione storica della Barbagia, dedita alle attività agropastorali e a prevalente sistema economico agreste.

Infatti il paese è ricco di allevamenti di ovini e suini, e il settore lattiero-caseario produce superlativi formaggi, delicate ricotte e tanti altri prodotti di eccellente qualità. Non da meno sono i prodotti derivati dalla lavorazione delle carni suine, che permettono di ottenere insaccati di altissima qualità.

Anche il pane è una valida risorsa del paese, che viene preparato con le antiche tradizioni, così come i dolci, lavorati con le abili mani delle donne onanìesi, dolci confezionati con sapienza, cura e… dolcezza, come, sos uvusones, o, vuvusones, dolci di carnevale simili alle bignole, solo per citarne uno. Un vero paradiso per i, liconargius, gullosus, gutturrosusbucconaxrus, golosi.

Ingredientis:

per l’impasto: g 850 di acqua di fonte, g 225 di burro (un tempo si usava lo strutto), g 400 di farina 00, g 100 di semola rimacinata, 6 uova grandi, 1 bustina di lievito per dolci, g 50 di zucchero comune, olio per friggere, g 400 di miele, g 150 di, filu 'e ferru, acquavite di Sardegna o altro liquore a piacimento, zucchero al velo q.b..

Approntadura:

prima di tutto poni un recipiente sui fornelli con l’acqua che hai in dotazione, unisci il burro e quando si sarà sciolto, versa le farine miscelate tutte in una volta e mescola energicamente il tutto fino a quando il composto si staccherà dalle pareti del recipiente, poi spegni la fiamma, quindi avvolgi l’impasto a panetto. Una volta intiepidito, accomodalo dentro a un recipiente, aggiungi le uova uno alla volta, unendo il secondo solo quando si sarà assorbito il primo e prosegui in questo modo, fino al termine delle uova. Terminata questa operazione, incorpora il lievito mescolato allo zucchero e lascia riposare il ricavato per una mezzoretta. Passato il tempo, preleva con un cucchiaio prima intriso nell’olio, una parte di impasto grosso quanto una noce (in tante famiglia è usanza dare una forma a, sos uvusones, simile a quella delle, zippulas, frittelle con il buco in mezzo) e con l’aiuto di un altro cucchiaio anch’esso intriso nell’olio fai scivolare la “pallotta” in abbondante olio caldissimo (160/170°), prosegui in questo modo ma, senza friggere troppi dolcetti alla volta, onde evitare che la temperatura dell’olio si abbassi. Man mano che risulteranno dorati da ambo le parti, scola, sos uvusones, su dei fogli di carta assorbente a perdere l’unto in eccesso. Fatto, fai liquefare il miele dentro a un tegame assieme all’acquavite o altro liquore. Dopo questo procedimento, con l’aiuto di una siringa per dolci o con un piccolo imbuto farcisci con il miele le frittelle (dopo, a piacere puoi anche spolverale con dello zucchero al velo, oppure dato che, sos uvusones, vuvusones, sono intrisi di miele, perché no, una generosa pioggia di codetta, mompariglia, tragera, tragea, dragea, confettini di zucchero colorati, male non ci sta), che adagerai man mano su un piatto da portata, o come fanno in diversi paesi nel cuore della Sardegna, che utilizzano spesso i vassoi di sughero, ad ogni modo, ciò che conta non è la forma ma… la sostanza, e poi… “paese che vai usanza che trovi”!.

 Vino consigliato: Moscato di Sardegna, dal sapore delicato, fruttato, tipico e dolce.

 

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