“Carlo Urru l’umile pastore” è il titolo del nuovo libro appena uscito a cura di Nicola Deriu, già curatore, qualche anno fa, del pregevole volume “Tempio, La storia, le immagini, i vini”.
Trecentosessantasei pagine, queste della nuova opera, dedicate al ricordo di mons. Carlo Urru, vescovo della Diocesi di Tempio-Ampurias dal 1971 al 1982.
“Questa pubblicazione ― scrive Deriu nella nota di apertura del libro ― pensata per ricordare don Carlo nel decimo anniversario della sua morte, raccoglie scritti di tante persone che hanno voluto testimoniare, soprattutto con ricordi, custoditi nel cuore, nel silenzio della propria coscienza per alcuni, condivisi con gli altri amici di don Carlo per i più, la loro gratitudine all’amico vescovo”.
Una nuova opera, dunque, questa di Nicola Deriu, incentrata sulla figura di mons. Carlo Urru, uno dei vescovi più amati della Diocesi di Tempio-Ampurias, nella quale ha esercitato il suo episcopato per undici anni. Undici anni che — annota, nella presentazione del libro, mons. Sebastiano Sangunietti, attuale vescovo nella Diocesi — “hanno coinciso con quelli immediatamente successivi al movimento socio-culturale e politico del ‘68, con le sue profonde e talora dirompenti trasformazioni che hanno segnato un radicale cambiamento della vecchia società, con l’innesto di nuovi modelli non sempre maturi ed equilibrati. Non meno importanti e problematici furono gli anni ‘70 anche a livello ecclesiale. Sono gli anni dell’immediato post-Concilio, con i suoi fermenti di entusiasmante rinnovamento, percepiti e vissuti come un’autentica primavera della Spirito, ma attraversati anche da esperienze non sufficientemente ponderate ed equilibrate e da laceranti divisioni, che mandarono in crisi modelli pastorali e consolidati percorsi aggregativi, alla ricerca di nuove vie che non sempre si dimostrarono, soprattutto, adatte a fronteggiare una società in ebollizione”.
Una contingenza storica, quindi, quella che gli anni “tempiesi” di don Carlo hanno conosciuto, non certo serena e capace di garantire una vita felice al vescovo che veniva da lontano, dalla sua splendida Todi (la città fondata dagli Umbri, tra storia e mito, nel 2700 avanti Cristo) dov’era nato da genitori sardi originari di Sorgono, il 28 dicembre del 1915. Una contingenza che spinse fino alla diocesi di don Carlo, sebbene con intensità attenuata, l’onda lunga che veniva dalla penisola e che si caratterizzò nell’isola con tentativi, non sempre riusciti, di aperture a nuove esigenze di evangelizzazione: esigenze che il vescovo interpretò non come “urgenze”, ma come situazione critica da superare con le armi incruente della compostezza e della temperanza, proprie del pastore sapiente che ha in mente per il suo gregge floridi pascoli raggiungibili solo dopo un lungo cammino.
Forse per questo mons. Pietro Meloni (fino a ieri Vescovo Emerito di Nuoro e, prima, Vescovo di Tempio-Ampurias, in successione a mons. Urru) chiama don Carlo “vescovo missionario”. Nel Seminario di Assisi del quale era Rettore “aveva introdotto — scrive don Pietro (anche lui ama farsi chiamare così) — per i ragazzi alcune “novità” che fino a quel tempo erano impensabili: le vacanze in famiglia, la possibilità di sostenere gli esami nelle scuole pubbliche, e persino… l’uso della tuta nelle gare ciclistiche, mentre fino ad allora era prescritto che lo sport si dovesse praticare con la veste talare. Era una novità, una conquista, un’audacia che fece un certo scalpore, suscitando qualche perplessità nei nostalgici dell’antica osservanza, ed aprendo una pagina nuova nella storia educativa dei Seminari Ecclesiastici. Don Carlo, formato alla visione umanistica della “mens sana in corpore sano”, sapeva che l’armonia tra il corpo e lo spirito fa vibrare le corde della spontaneità e della naturalezza, che sono una bella preparazione alla missione sacerdotale”.
Un’altra tra le tante “immagini scritte” che Nicolino Deriu ha incastonato con criterio in questo libro-documento, utilissimo agli specialisti del mondo religioso, ma anche ad ogni persona interessata a forme diverse di conoscenza, è quella, ampiamente connotante don Carlo, scritta da Tomaso Panu che ebbe l’onore, il piacere e l’impegno, onorato da par suo, di salutare con parole mirabili l’ingresso di mons. Urru Tempio nella primavera del 1971.
Riferendosi ai tempi del “fermento” di taluni giovani dell’Azione Cattolica interessati, come si è detto, di trovare certe vie sperimentali alla “santificazione” nei movimenti di estrema sinistra (ne sa qualcosa, da elegante e volitivo uomo di cultura qual è, don Piero Marras, sempre coinvolto, ieri come oggi, nel dare un’anima di verità soprattutto ai giovani) che coincisero con la presenza a Tempio di Carlo Urru, Tomaso Panu scrive nel libro di Deriu: “A me sembravano anni entusiasmanti, perché aperti al nuovo, anni in cui si tentava di tradurre in pratica il Concilio Vaticano II, la grande speranza dei cattolici e del mondo intero. Quella Chiesa povera, al servizio della gente, quella politica interamente affidata ai laici e volta alla realizzazione del bene comune, quel desiderio di incarnare il messaggio evangelico in forme nuove mi sembravano tutti segni conciliari e mons. Urru mi appariva come il vescovo conciliare, che non amava esaltare il Concilio come un nuovo segno del trionfo della Chiesa, ma con un umile insegnamento da mettere in pratica al servizio degli altri e del Regno di Dio”.Parole semplici, nette, attiche.
Altrettanto semplici e affettuose quelle di dell’attuale Arcivescovo di Sassari, mons. Paolo Atzei (lui pure ama farsi chiamare, anche adesso, con spirito francescano, don Paolo), succeduto a don Carlo alla guida della diocesi.
“Come dimenticare il suo ingresso — scrive ricordando anche lui l’arrivo a Tempio di don Carlo — con una cospicua presenza di sacerdoti e laici provenienti dall’Umbria? E come ringraziare ancora il Signore di avermi dato grazia di condividere con il Vescovo Carlo indirizzi pastorali essenziali, soprattutto quelli che vedevano destinatari e soggetti a un tempo i giovani, verso i quali il suo amore di Pastore e Padre spingeva noi sacerdoti ordinati da pochi anni”.
Un “vescovo anziano” portato per natura a dare una mano ai giovani, o piuttosto un uomo giovane di spirito e intelletto che nei sacerdoti più giovani di lui legge e auspica un destino di speranza e di rinnovato impegno? È don Antonio Tamponi, attuale parroco di San Pietro, a Tempio, a darci una risposta puntuale: “Qui ho sentito parlare — scrive — di un anziano vescovo che aveva presieduto, indimenticabilmente, la nostra Chiesa Diocesana, uomo considerato da tutti santo, intelligente, innamorato del Concilio senza sbavature, povero e molto affabile. Forte del fatto che, in un certo qual senso, avrei potuto presentarmi come “suo” per appartenenza ecclesiale, andai a trovarlo nell’Episcopio di Perugia,dove l’allora Arcivescovo Antonelli lo ospitava con tanta normalità. Mi recai a trovarlo e mi venne incontro al pianerottolo con una grossa maglia blu aperta davanti, sotto un lupetto nero, pantaloni grigio antracite, pantofola chiusa da camera, e nelle mani tremolanti un piccolo anello a fascia con una croce in acciaio che lo attraversava, dietro aperto e stretto al punto che le due ali finali si accavallavano, quasi che l’antico ministero lo avesse consumato di lavoro. Rimasi impressionato dalla dimessa e solenne figura di un piccolo gigante. Gli occhi non finivano mai di sorridermi e, nel contempo, scrutarmi l’anima, mi sembrava che mi amasse e che non avesse mai lasciato perdere di amare alcuno>>. Forse anziano sì, ma con lo sguardo giovane che sorride e penetra oltre la maschera del viso fino alla profonda identità dell’interlocutore, o, comunque, di chi gli sta di fronte.
Altri ricordi e altri giudizi sinceri ci restituiscono il Vescovo Carlo Urru sempre vivo e parlante, oltre che nello statuto celeste, anche nel cuore di chi lo ha conosciuto. Giudizi e ricordi che Nicola Deriu ordina e incasella, come in un prezioso, piccolo archivio ad uso di chi odia il pozzo oscuro della dimenticanza. Proprio qui sta il merito e il valore umano di Nicolino, uomo dal viso sereno e dalla parola senza grigi d’ombra: tutto alla luce del sole perché tutto si veda e tutto si sappia.
Ne dà testimonianza anche il prof. Luigi Agus nell’introduzione al libro: “Descrivere una personalità così semplicemente complessa, cristianamente devota e caritatevole è compito arduo, che tuttavia Deriu è riuscito ad espletare attarverso una ricostruzione storica basata su documenti di primo piano, articoli dell’epoca, immagini e testimonianze che meglio di ogni altra parola descrittiva possono delineare un percorso diacronico attraverso e dentro l’opera di mons. Urru”.
Franco Fresi









