Ignazio Camarda: botanico e cantore dei grandi alberi
Ignazio Camarda (Orani 1946 – Sassari 2025) è stato per decenni docente Ordinario di Botanica sistematica nel Dipartimento di Agraria dell'Ateneo sassarese, figura apicale di grande fitologo, referente scientifico dell'Orto botanico a Sassari, fondatore e direttore-presidente del Parco di La Maddalena e tra i massimi competenti conoscitori delle bellezze, ricchezze e valori naturalistici della Sardegna, impegnato costantemente con unica ammirevole dedizione alla conservazione ottimale del territorio. Autore di numerosi testi di assoluta valenza scientifica, in cui valorizza e risalta il vasto patrimonio della biodiversità sarda. Tantissimi i libri pubblicati con spirito divulgativo – supportati da documentali studi e ricerche – ed intesi a utilizzare al meglio le potenzialità rappresentate dai grandi alberi, dalle foreste secolari e dai diversi habitat dell'Isola; contribuì, in modo significativo, a individuare le determinanti e prioritarie aree regionali da tutelare. Al prof. Camarda si devono scoperte, studi di unicità e la descrizione di nuove specie: una peonia (Paeonia sandrae) omaggia il nome della figlia Sandra. Apprezzato e valente stimato studioso a livello nazionale ed internazionale, oltre che eccellente disegnatore botanico, sviluppò importanti collaborazioni di passione scientifica in Spagna, Marocco, Colorado e nel Ciad, dove compì un laborioso inventario della flora.
È stato uno studioso che ha indagato e scandagliato con determinazione i territori dell'Isola, dimostrando grande attenzione e interesse a grandi alberi e boschi. Il documentato lavoro è confluito in un volume di 850 pagine, con oltre 1.000 immagini fotografiche a colori; l'opera, titolata “Grandi alberi e foreste vetuste della Sardegna - Biodiversità, luoghi, paesaggi, storia” – pubblicato da Carlo Delfino editore, Sassari, 2020 – tratta compiutamente dell'albero come “l'elemento più rappresentativo nel paesaggio vegetale” e degli esemplari straordinari presenti in Sardegna ed apprezzati “tra i più grandi e annosi”, con “dimensioni inusuali” e che “richiamano la storia e la cultura agraria della Sardegna”. Particolari alberi, considerati “tra i maggiori sinora conosciuti in Italia e in Europa”, evidenziano il patrimonio sardo di biodiversità tra i più significativi di tutta l'area mediterranea.
L'insigne botanico è stato un esperto cultore della limba sarda e appassionato poeta, autore della raccolta lirica “Custa bella de ervas familia e de animales” (EDES, 2014); un manifesto, in limbazu de Orane, anche di denuncia per la preoccupante situazione delle zone interne, e non solo, votate all'irreversibile spopolamento con la perdita di agrodiversità e cultura agraria. La silloge, una sintesi “tanto popolare quanto scientifica nel senso filologico dei termini”, trasmette informazioni, conoscenze ambientali con immagini d'esaltante poesia d'amore per la Sardegna tutta: regno ideale, di tutela e valorizzazione, della botanica e di sarditudine.
Prof. Ignazio Camarda ha composto inoltre la lirica “Su chercu pius bellu”, dedicata alla nota monumentale “Roverella di Illorai”, in località Sa Melàbrina (Montes de Artu), vestigia residua di foresta primaria e stimata come la più grande d'Europa. E proprio per la particolare considerazione, disponibilità e preziosi contributi di studio offerti per favorire l'equilibrio naturale attuale, che lo studioso, nella sua lunga attività scientifica, ha riservato per le vecchie e pregiate piante monumentali del territorio montano illoraese e del Marghine-Goceano, l'Amministrazione Comunale e l'Associazione Pro Loco APS locale omaggiano la memoria del botanico con la dedica del Convegno internazionale sugli alberi monumentali; l'evento si terrà il 20 e 21 novembre 2025 nella Fattoria Didattica del Parco di Iscuvudè-Illorai (SS).
I lavori del convegno celebreranno il ricordo dei Proff.ri Ignazio Camarda, Edoardo Biondi e Sandro Pignatti (prevista una cerimonia di messa a dimora degli alberi dedicati ai tre botanici) e svilupperanno i temi del valore storico, culturale e naturalistico degli alberi monumentali; ecologia e ruolo ambientale degli alberi monumentali e delle foreste vetuste e relativa conservazione e tutela con la definizione di un decalogo operativo per la salvaguardia.
Comitato scientifico: Gianluigi Bacchetta, Simonetta Bagella, Antonio Casula, Gianluca Cocco, Giuseppe Mariano Delogu, Emmanuele Farris, Mauro Fois, Bernabè Moya, Giovanni Piras, Giuseppe Brundu. Il convegno è patrocinato da Comunità Montana del Goceano, ANCI Sardegna, UNICA Università degli Studi di Cagliari, UNISS Università degli Studi di Sassari, Centro Conservazione Biodiversità-BG-SAR, Agris (Agenzia regionale per la ricerca in agricoltura), Forestas (Agenzia forestale regionale per lo sviluppo del territorio e dell'ambiente della Sardegna), Laore (Agenzia regionale per lo sviluppo in agricoltura), Corpo Forestale-Vigilanza Ambientale, Viola Eugeniae Parl, Associazione Patriarchi della Natura in Italia, ISSLA (Istituto Sardo di Scienze, Lettere e Arti).
Su chercu pius bellu
I
Unu caminu in mesu de s'iscareja
e ilos d'erva virde
misciaos a ossone, taffaranu
e porpurinos leperes isposos,
a cad'ala elighes umbrosos
tentos a unes de vide bianca.
Calavriche ispinosu,
cariasa agreste chin pirastru,
carchi costiu lughidu vioriu,
murichessa 'e monte a foza lada,
e edera intritzia a cada truncu
s'achen locu in foresta
a dare sa oche a sos puzones.
II
In sas roccas nigheddas,
vuvadas de matzones
e, in sas arvures mannas, su vrassivile
istat attentu timende sas pessones,
e sa jana 'e muru
pare sa mere 'e domo,
andande a josso e a susu chene pasu.
E in mesu de su padente pius vittu,
villu, su chercu piu bellu.
Vinti carros de linna in cada bratzu
e vinti bratzos de pessone manna
pro l'intundiare tottu cantu,
e a sos ramos pius artos
iliche durche a camineras.
III
Nidos de turture cad'annu,
cando torrat veranu
e maju vatit ozas virdes
chin rama melina
a su ventu pendulande.
Accurtzu chin s'astore
est sa vuvusa bianca e nighedda
e sa toccadorgia coloria,
a cad'ala de su truncu,
achet nidos profundos.
IV
Ocu non as timiu
e non d'at vintu;
manos bonas dae s'istrale d'an sarvau
dae chie, unu manzanu, di vidiat
solu linna 'e ciminera,
e as sichiu a dare ballaroddas
pro tinteri e pedde 'e arvure
chi sanat sas eridas,
e as schiu a contare
sos seculos chi colana abellu
azunghende bellesa e ispantu.
V
In s'àghera, a inghiriu,
chentu cantos de puzones,
paris chin sos anzones
e chentu contos de uras
de penas e tristuras,
de dies longas d'abba,
de grandine e de nive.
E chene peruna pagura
vadianu zigante de su locu,
tentande sa neula e s'umu,
assa muda, achias cumpantzia
a su ocu de su pastore solu,
chi brujavat a fiama bascia
linna sicca asciuttada
in intro a su pinnettu.
Ma unu raju de sole ebbia,
una survada 'e entu in sos ramos,
bastavat a batire s'allegria
a s'erva, a sos puzones e a sa campagna.
VI
Cando torro a colare tra chent'annos
assa sola, in duos o in tres,
dia cherrer a vier galu
in su matessi locu
cussos elighes, calavriches,
cussas cariasas agrestes
e su costiu ruju in nadale,
ch'appo goddiu chene acher male,
pro alligrare su coro
cenu de neula de iverru.
Tando, dia cherrere ammentare
a cantos iscini galu ascurtare
s'abba colande a mughida in sa preda
e su sonu de s'erva creschende
chi pro aer tottu
bastat s'umbra de unu chercu seculare.
La quercia più bella
I
Un sentiero tra gli asfodeli
e fili d'erba verde
mischiati a gigli, zafferani
e ciclamini porporini,
e da ogni parte lecci ombrosi
legati con funi di vitalba.
Biancospini spinosi,
ciliegi agresti e perastri,
qualche agrifoglio lucido fiorito,
sorbo di monte a foglie larghe
ed edere avvinghiate sui tronchi
si fanno spazio nella foresta
per dare voce agli uccelli.
II
Tra le rocce nere,
cucciolate di volpe
e, negli alberi più alti, la martora
sta guardinga temendo le persone,
e la donnola
sembra la padrona di casa,
andando incessante su e giù.
E nel mezzo del bosco più fitto,
eccola, la quercia più bella.
Venti carri di legna in ogni ramo
e venti braccia di uomini
per abbracciarlo intero,
e sino ai rami più alti
di polipodi tutto il sentiero.
III
Nidi di tortora ogni anno,
quando torna la primavera
e maggio porta foglie verdi
e fiori gialli
penzolanti al vento.
Vicino con l'astore
sta l'upupa bianca e nera
e il picchio colorato,
da ogni parte del tronco,
fa nidi profondi.
IV
Del fuoco non hai avuto paura
e non ti ha vinto;
mani buone ti han salvato dalla scure
di chi ti vedeva, un mattino,
solo legna di camino,
e hai continuato a dare galle
per inchiostro e pelle d'albero
che guarisce le ferite,
e hai continuato a contare
i secoli che passano lenti
accrescendo bellezza e meraviglia.
V
Nell'aria, tutt'attorno,
cento canti d'uccelli
confusi con gli agnelli
e cento storie di ruberie,
di pene e di tristezze,
di giorni lunghi di pioggia,
di grandine e di neve.
E senza alcuna paura,
genio gigante del luogo,
osservando la nebbia e il fumo,
in silenzio facevi compagnia
al fuoco del pastore solitario,
che bruciava a fiamma bassa
legna essiccata
dentro la capanna.
Ma un raggio di sole solamente,
con un soffio di vento tra i rami,
bastava a riportare allegria
all'erba, agli uccelli e alla campagna.
VI
Quando ripasserò da qui a cent'anni
da solo, in due o in tre,
correi vedere ancora
nello stesso luogo
quei lecci, quei biancospini,
quei ciliegi agresti
e l'agrifoglio rosso di dicembre,
che ho raccolto senza far male,
per rallegrare il cuore
colmo di nebbia d'inverno.
Allora, vorrei ricordare
a chi sa ancora ascoltare
l'acqua che scorre sulle pietre
e il suono dell'erba che cresce
che per avere tutto
basta solo l'ombra di una quercia secolare.









