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Novità in libreria

“La mia Europa” di Gianni Rosa

 C’è gente che nasce, vive e muore nello stesso luogo. E penso sia la maggioranza. Vi è altra gente che nasce in un posto, vive in luoghi diversi, e non sa dove finirà i suoi giorni. Gianni Rosa, ottantacinque primavere sulle spalle, appartiene a questa minoranza.

Milanese di nascita, infanzia in quel Cuglieri, e giramondo per vocazione, ha trascorso buona parte della sua vita all’estero: due anni a Parigi, quattro a Londra e venticinque a Bruxelles.

Neppure in Italia è stato fermo. Elementari a Milano, medie in Piemonte, maturità a Sassari, laurea a Firenze, con tesi sulla tecnica della comunicazione. Dopo un tirocinio giornalistico e la pubblicazione di in libro in Inghilterra, “Speak italian and know Italy”, è entrato nella Commissione Europea , dove ha svolto la maggior parte della sua attività, alla direzione “Informazione, comunicazione e cultura”.

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I Salmi tradotti in sardo-logudorese da Barore Chessa

 Il poeta bilingue Salvatore (Barore) Chessa di Cheremule, ci era noto per le due recenti pubblicazioni in versi “Raighinas de poesia” e “Sentimenti in piena”. Nel recensire i volumi, avevamo evidenziato ed apprezzato il sapiente equilibrio ed abile uso della limba del Logudoro e l’innata sensibilità poetica, in un armonioso intreccio di sentimenti ed emozioni, nel trattare di fede e trascendente per coltivare un dialogo intimistico-riflessivo con Dio. E proprio nel segno di una profonda maturità cristiana, forte anche delle due particolari esperienze liriche già edite, Barore Chessa si è cimentato nell’impegnativo e complesso lavoro di traduzione dei Salmi nel musicale limbazu logudoresu.

“Sos Salmos” (Editrice Democratica Sarda, Sassari, 2015), impreziositi dallo scritto di prefazione di monsignor Pietro Meloni, dalla collaborazione dell’esperta mano del professor Salvatore Tola, nella rilettura e revisione dei testi, e del dottor Enrico Chessa per la fase di stesura e di stampa, sono stati pubblicati con il patrocinio dell’Amministrazione comunale di Cheremule e dell’Associazione culturale “Boghes de Cheremule”.

L’operazione di traduzione, che soprattutto nello specifico di testi sacri deve coerentemente evitare il rischio di tradirne i significati degli scritti originari, ha indotto Chessa a profonde riflessioni e necessità di conoscenze competenti e di studio per salvaguardarne l’espressività, la sostanza e la musicalità in versione sarda. Le scelte del poeta-traduttore si sono rivelate all’altezza della sfida, sia nell’interpretazione contenutistica che linguistica, tanto da far scrivere a monsignor Meloni di “unu cantu nou”, fatto “risuonare nella dolce lingua sarda” da Barore Chessa “usignolo di Cheremule”, e di quanto sia ora “emozionante e commovente” poter cantare Sos Salmos “nella nostra armoniosa lingua sarda”.

I Salmi, che secondo la tradizione furono composti principalmente da Davide, Salomone e autori anonimi (il numero 90 è attribuito a Mosè e il 104 è considerato il  più antico, tanto da farlo risalire all’egiziano Inno al Sole del XIV secolo a.C.), trattano i generi letterari delle lodi-inni, suppliche, ringraziamenti, meditazioni sapienziali. Il particolare carattere poetico e di canto dei Salmi, nel percorso del cristianesimo, ha acquisito un profondo valore spirituale di preghiera e di utilizzo nella liturgia.  

Il carattere poetico e di canto in forma antifonale, responsoriale e diretta, certamente, troverà nuova vitale emozione ed esaltazione dalla traduzione in sardu-logudoresu di Barore Chessa.

Cristoforo Puddu

 

 

“L’accabadora immaginaria” dello storico Italo Bussa

 La prefazione di Manlio Brigaglia – riportata per la massima parte sul quotidiano “La Nuova Sardegna” in data 18 novembre 2015: si veda     http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2015/11/18/news/accabadora-da-rottamare-la-genesi-di-un-falso-mito-1.12469911  – è una sintesi perfetta degli argomenti con i quali Italo Bussa procede alla “rottamazione del mito” de s’accabadora, come recita il sottotitolo del suo recente libro “L’accabadora immaginaria”  (Cagliari, Edizione Della Torre, 2015, pagine 222).

Numerose sono le opere storiche che hanno dato per veridiche le testimonianze sull’esistenza e sull’attività in Sardegna  di questo personaggio femminile: si tratta  soprattutto dei resoconti lasciatici  nell’Ottocento da  diversi viaggiatori-scrittori  stranieri e italiani (gli inglesi William Henry Smith,  John Arre Tyndale, Robert Tennant e Charles Edwardes; gli italiani padre Giovanni Battista Vassallo,  Vittorio Angius, Alberto Ferrero della Marmora,  padre Antonio Bresciani e Francesco Poggi). Ampi  riferimenti  a questa figura sono presenti anche nella narrazione storica “Folchetto Malaspina, romanzo storico del secolo XII” di Carlo Varese (che non è mai stato in Sardegna ma che è  autore anche di un altro romanzo storico di argomento isolano intitolato  “Preziosa di Sanluri, ossia i montanari sardi”).

Tutte queste opere pubblicate nell’Ottocento non hanno posto in dubbio il fatto che questa donna (è solo la donna che dà e che quindi può togliere la vita)  è veramente esistita e che ha operato  nella società sarda  fino alla fine dell’Ottocento – inizi del Novecento  (sono questi i limiti temporali normalmente indicati dagli autori). 

Lo  stesso si può dire per i numerosi lavori editi nell’ultimo decennio.

Infatti, riaccesisi prepotentemente i riflettori su questa figura  in rapporto al diffondersi a livello di massa del dibattito etico e religioso sulle tematiche dell’eutanasia,  una serie di opere ha rivisitato “sa femina accabadora”, che per l’immaginario collettivo ha continuato a rappresentare colei che, chiamata dai parenti, provvedeva a porre fine alle sofferenze del malato terminale colpendolo con una specie di martelletto, con un giogo o, più spesso, soffocandolo con un cuscino.

Nel 2003 le Edizioni Scuola Sarda hanno mandato alle stampe la ricerca di Alessandro Bucarelli e Carlo Lubrano (due medici dell’Università di Sassari)  pubblicandola col titolo “Eutanasia ante litteram in Sardegna. Sa femmina accabbadora. Usi, costumi e tradizioni attorno alla morte in Sardegna”.

Del 2007 è l’opera narrativa “L’ultima agabbadora” (Edizioni Gruppo Albatros Il Filo di Viterbo)   di  Sebastiano Depperu, giovane collaboratore del Museo etnografico Galluras di Luras, in Gallura, l’unico luogo in cui è custodito un esemplare del “rustico martello di legno di olivastro stagionato” usato da “s’accabadora”.

Il romanzo di Giovanni Murineddu “L’agabbadora. La morte invocata” (sempre delle Edizioni Gruppo Albatros Il Filo di Viterbo), uscito in prima edizione nel 2007 ne ha avuto nel 2010 una seconda, riveduta e ampliata. Nel libro, che ha ispirato una sceneggiatura cinematografica, risalta la figura di Ghjuanna Pisanu, agabbadora del paese di Muntigghjoni, di cui si  racconta la storia, intrecciata a quella delle persone che richiedono  il suo intervento.

All’anno 2007 risale anche  lo  studio di Andrea Satta  “La signora della buona morte: l’accabbadora. Riti di morte nella Sardegna tradizionale”:

http://www.surbile.net/teca/articoli%20pdf/S’accabbadora_Andrea_Satta_Matriarcato6.pdf.

Del 2008 è la  testimonianza raccolta da Dolores Turchi nel volume (con DVD; edizioni Iris di Oliena) intitolato “ ‘Ho visto agire s’accabadora’. La prima testimonianza oculare di una persona vivente sull’operato de s’accabadora”. Il DVD allegato contiene il filmato  di un’intervista, registrata il 25 marzo 2008,  alla signora Paolina Concas di 90 anni, che ha visto un caso di “eutanasia sarda”.

Dello stesso anno 2008, pubblicato da un editore autorevole come Einaudi,  è il romanzo  “Accabadora” di Michela Murgia, con l’avvincente racconto della vicenda della piccola Maria Listru che diventa “figgia de anima” di tzia Bonaria Urrai, una vecchia sarta della quale verrà a conoscere la nascosta attività, diciamo collaterale,  evocata nel titolo dell’opera narrativa.  Al romanzo di Michela Murgia, già vincitore del Premio “Giuseppe Dessì” di Villacidro, i giurati del prestigioso Premio “Campiello”  di Venezia hanno assegnato il  massimo riconoscimento  2010.  Ovviamente questi premi hanno favorito un grande successo di vendita del romanzo, che risulta oggi tradotto in diverse lingue straniere. Il best seller  è disponibile anche come audiolibro: “Michela Murgia legge ‘Accabadora’ in versione integrale, Roma, Emons Italia, 2010; 1 compact disc (MP3) (4 h 37 minuti).

Nel 2010, nella collana “Antichi mestieri e saperi di Sardegna” (curatore scientifico Barbara Fois), il quotidiano di Sassari “La Nuova Sardegna” ha pubblicato il volume “Dalla accabadora alla medicina popolare”.

Sempre nel 2010, è uscito il volume (Perfugas, Sassari, editori Grafidea, 2010, ben 330 pagine) “Antologia della femina agabbadora: tutto sulla Femina Agabbadòra: testimonianze letterarie e orali, ricerche sul campo, riti, tesi di laurea, il martello, la chiesa”,  firmato da Pier Giacomo Pala.

Nel 2012 l’editrice torinese Ananke ha pubblicato “Accabadora e la sacralità del femminino: riti e credenze nella tradizione popolare sarda”   di Maria Antonella Arras (nata  nel 1955 a Milano, laureata in medicina a Torino, città dove vive e lavora, responsabile della  struttura sanitaria Promozione della Salute dell’ASL TO 1, appassionata di bioetica ma anche di cultura tradizionale sarda, anche in virtù delle origini oranesi della sua famiglia).  Il suo libro, che  unisce racconti e analisi antropologica (“L’eterno femminino”  è l’espressione usata da Goethe nel “Faust” per  indicare le caratteristiche eterne, immutabili, del fascino femminile, della femminilità), si occupa anche della  medicina popolare sarda.

Nessuna delle molte opere di carattere storico o di natura romanzesca che in anni recenti sono state pubblicate (e di cui abbiamo dato qui sopra una rapida rassegna)  mette in dubbio quindi l’esistenza nel passato della Sardegna della donna incaricata di procedere a un’operazione  che comunemente oggi chiamiamo eutanasia.

Per la  verità, l’ampia offerta libraria su “S’accabadora”, volta a soddisfare sull’intrigante argomento tutte le curiosità sia dei lettori sardi sia di quelli non sardi,  una voce dissonante l’aveva registrata: il volume scettico-critico  di Toni Soggiu, “S’Acabadora: è ora di finirla?  Libro bianco sull’acabadorume”, edito nel 2010 da Condaghes di Cagliari (con postfazione di Antoni Arca). L’interrogativo del titolo è così giustificato nella scheda di presentazione dell’opera: «Il libro rivisita, in maniera  non acritica, le vicende storiche e di costume che hanno condotto alcuni studiosi e scrittori ad affermare l’esistenza in Sardegna, fino a poco tempo fa, di un “rito della buona morte”. L’autore, attraverso argomentazioni storiche e linguistiche, a tratti con toni sarcastici, dimostra l’infondatezza di queste congetture non sorrette da fonti documentali certe».

Ed ecco ora, in tempi recentissimi, il libro di Italo Bussa, innervato da una analisi controcorrente, tesa a dissacrare tutta una mitologia.  

L’autore esamina criticamente (anche il volume di Soggiu, di cui non condivide «lo slancio negazionista») la vasta bibliografia sull’argomento. A seguito della sua analisi agguerrita di tutte le fonti,  Bussa, il nostro “rottamatore”,  giunge alle seguenti conclusioni.

1) «L’accabadura omicida pare una semplice credenza, che affonda le proprie radici nella usanza magica o simbolica che si proponeva di agevolare le  agonie difficili, mediante l’asportazione di oggetti ritenuti protettivi, l’uso di oggetti ritenuti liberatori, la  pronunzia di formule varie.  […] L’usanza di porre fine con metodi violenti  alla agonia dei moribondi da parte di una donna chiamata accabadora non trova, nell’epoca della sua scoperta [a partire dall’Ottocento], riscontro alcuno».   

2) «Appare impossibile che l’esistenza di una accabadura omicida sfuggisse per secoli e in ogni località alla conoscenza, e alla conseguente censura, della Chiesa  cattolica, dato il capillare controllo della vita sociale e della vita interiore del credente».

3) «Il termine accabadura non risulta assolutamente in uso prima della scoperta del fenomeno che vorrebbe indicare».  

4) «Nella impossibilità di dare fondatezza storica alle loro tesi, i fautori dell’accabadura fin dagli esordi sono costretti a ritenere il fenomeno estinto già da un secolo».

5) «Gli sviluppi finali del fenomeno della accabadura sono dovuti non solo a passiva credulità e a confusionarismo storico ma anche a una certa reviviscenza identitaria,  che va sempre alla ricerca di usanze uniche, singolari».

6) «Riguardo  alla soppressione degli agonizzanti, escludendo l’esistenza di una usanza omicida, la Sardegna, nel passato e nel presente, risulta perfettamente allineata  alle altre regioni dell’area culturale occidentale».

Paolo Pulina

 

 

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