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Francesco Brandino, frate Giovanni Maria da Ploaghe
Il linguaggio della poesia custodisce nei versi il suono che le parole scandiscono con gli accenti ritmici. E proprio il verso di undici sillabe (ossia, l’endecasillabo tanto caro ai nostri poeti) si presta a molte varianti di accento per donare la magia di musicalità differenti. Forse è solo la Sardegna a poter vantare l’unicità di una tradizione poetica, così autentica e profondamente radicata nel canto, e che si esprime tuttora nelle modalità estemporanee de “Sa Gara”.
Che l’Isola sia stata, da millenni, terra di poeti e di canto è documentato anche dalle lettere di Cicerone e dalle Satire di Orazio: ricordano la figura del musico e poeta Tigèllio Ermògene, sardo di origine e vissuto nel I secolo a.C., che con la sua arte conquistò l’amicizia e i favori di Giulio Cesare, e poi di Ottaviano, ma anche l’invidia ed inimicizia di personalità del periodo. Cicerone lo definisce hominem pestilentiorem patria sua (uomo più pestifero della sua patria). Tale romanico “apprezzamento” può solo inorgoglire gli indomabili sardi, storicamente combattenti con audacia ed orgoglio identitario ad ogni dominazione.
Cando fimus nieddos
Cando fimus nieddos nois
in unu chizolu cuados,
timende puru 'e faeddare,
timende 'e isbagliare,
fit onzi 'orta chi essiaimus,
che canes cue non b'intramus.
Chentza pedde de colore
fit s'ojada a sebestare.
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